
Nato nel 1933 nel Kentucky, alto 1.59 ma veloce e spietato, era stato soprannominato “The Springfield Rifle”, come il mitico fucile delle truppe statunitensi. A 30 anni un colpo gli fece perdere tutto, e fu immortalato da una canzone
Piccolo ed esplosivo, come uno di quegli ordigni che occupano poco spazio ma la cui deflagrazione si propaga a lunga gittata. In questo caso, oltre la vita stessa del protagonista, per gli interrogativi che restano e per l’eco di note e parole. Capita ogni volta che Bob Dylan rivolge il suo sguardo verso il ring. Anzi: dentro, per mettere a fuoco tutto quello che contiene e raccontare una vicenda di boxe in cui la boxe è solo un pretesto per affrontare mille altre questioni; per evidenziare gli squilibri di una società e tutti quelli che, magari involontariamente, li alimentano. Tutti ora starete pensando alla canzone “Hurricane” e alla storia di Rubin Carter, ma quello fu il secondo brano di Dylan dedicato a questo sport o, per meglio dire, a un pugile; perché dietro un pugile c’è un uomo e la storia di alcuni uomini può racchiudere tutta l’ingiustizia di cui il mondo è capace o l’indifferenza con la quale il destino abbandona




