
di Aldo Grasso
«La volta buona» è un contenitore rassicurante per un pubblico maturo
Nel primo pomeriggio di Rai 1 si consuma, ancora una volta, il rito quieto e
circolare della tv generalista: un tempo sospeso in cui l’intrattenimento si fa
compagnia, e la compagnia diventa abitudine, magari con Fabio Testi e Luxuria. Al centro di questo equilibrio immobile c’è «La volta buona», programma con Caterina Balivo, figura inamovibile del daytime.
Il programma si presenta come un contenitore ibrido, fedele a una grammatica televisiva che sembra aver rinunciato all’innovazione per abbracciare la rassicurazione. Interviste, rubriche di servizi, racconti di vita e finestre sull’attualità convivono senza attriti, ma anche senza slanci. Il “divano arancione” diventa così il simbolo di una comfort zone narrativa: un luogo dove tutto accade senza mai davvero sorprendere. Balivo orchestra il flusso con mestiere, ma indulge in una familiarità costruita, troppo codificata.
La sua cifra resta quella della prossimità emotiva, ottenuta attraverso domande che sfiorano più che incidere, in un equilibrio costante tra empatia e superficialità. Il risultato è un racconto che consola, ma non lascia traccia, come gli interventi di Mogol.Più interessante è l’analisi dei contenuti, che rivelano con chiarezza il




