di Federico Fubini
Per la prima volta nella storia della Repubblica, l’intera classe politica sembra stare sul mercato del consenso senza avere una visione sul futuro del Paese
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Il dibattito pubblico in Italia è dominato in queste settimane dalle uscite del generale Roberto Vannacci, da vaghi cenni a sinistra sulla tassazione dei patrimoni, dalle smanie di Matteo Salvini di tornare ministro dell’Interno per salvarsi la carriera, dagli equilibrismi di Giorgia Meloni che vuole profilarsi come una protagonista in Europa senza rinunciare alla sua retorica antieuropea e (molto) di destra. Nel frattempo, vecchie glorie nazionali distribuiscono perle di saggezza. Direte, plus ça change. E in effetti non c’è novità, ho pensato. Poi improvvisamente mi sono accorto che c’è. Forse per la prima volta nella storia della Repubblica l’intera classe politica ha implicitamente conquistato un diritto che prima non aveva: possono stare tutti sul mercato del consenso senza avere una storia sul futuro del Paese.
Questa sì che è una novità, su scala internazionale.
Piacessero o no, i centrodestra e centrosinistra di Silvio Berlusconi e Romano Prodi proponevano agli italiani versioni diverse




