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Nella città araba di Rahat, dove hanno votato quasi tutti: «Abbiamo vinto, ora ascoltino anche la nostra voce»

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di Greta Privitera

I palestinesi-israeliani di Odeh (Lista unita) offrirebbero una rete di sicurezza alla coalizione anti-Netanyahu. «Non possono fingere che non esistiamo»

DALLA NOSTRA INVIATA
RAHAT Nel deserto del Negev, che in arabo chiamano an-Naqab, il sole cade in fretta e alle cinque del pomeriggio è già notte. «Faccio luce io con i fari». Ahmad ha 24 anni e non vuole dire il cognome, perché «ti arrestano per niente». Il fascio bianco scivola su un campo dove la sabbia si è presa quel che restava di un villaggio, con coperte e vestiti ammucchiati accanto alle lamiere. Prima del voto, le ruspe della polizia di Itamar Ben-Gvir hanno abbattuto qui ottanta case e una moschea. Abusive per lo Stato, non per i quattrocento beduini che ci dormivano. «Siamo cittadini israeliani, paghiamo le tasse, studiamo, e ci lasciano senza un tetto», dice Ahmad, che riparte verso il Black, il suo caffè preferito.

I pastori del deserto

Poco più in là i minareti bianchi di Rahat bucano il buio. La città è nata nel 1972 per chiudere nel cemento i pastori che il deserto l’avevano sempre attraversato, i beduini rimasti nel Negev dopo il 1948. Oggi sono quasi ottantamila, in uno

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