
Dottor Adani, che cosa ne pensa della misura introdotta da Eni? Ha un valore più commerciale o più politico?
Ha entrambe le valenze. Per un colosso strategico, la gestione degli stakeholder di Governo è vitale. L’autoregolazione è sempre preferibile a una stretta calata dall’alto: anticipando un intervento regolatorio diretto sui listini o una tassa straordinaria, Eni ha fatto una scelta squisitamente commerciale a tutela del valore aziendale e di tutti i suoi azionisti.
Eni ha già preannunciato una possibile estensione fino alla fine dell’anno, ma quanto costa mantenere una misura del genere per uno, due o tre mesi? Per quanto altro tempo può essere sostenibile e quali soggetti della filiera sono maggiormente in grado di sostenerla?
Il costo dipenderà dalle quotazioni del greggio. Per i gruppi verticalmente integrati (dall’estrazione alla pompa) la misura è sostenibile, magari con aggiustamenti mensili. Chi rischia il fuorigioco sono gli operatori “indipendenti”, che comprano sui mercati spot e vedono i margini azzerati, oltre a chi gestisce impianti in zone isolate o montane, penalizzato dai costi logistici extra che un price cap unico nazionale non contempla.
Secondo Lei, chi sostiene concretamente il costo della misura: la compagnia, la rete, i gestori oppure l’intera filiera, attraverso una diversa distribuzione




