
di Greta Privitera
Gli slogan antiregime dei giovani per i prezzi insostenibili del cibo
Nei filmati girati lunedì davanti alla moschea dell’università Allameh Tabataba’i di Teheran, e passati di chat in chat come quasi tutto ciò che ancora riesce a circolare nell’Iran dei mullah, si vedono ragazzi e ragazze stretti nel cortile del più grande ateneo pubblico di Scienze sociali. Battono le mani a lungo, poi alzano la voce: «Gli studenti imprigionati devono essere liberati». «Abbasso la tirannia e l’obbligo del velo». «Finché i mullah non saranno cacciati, questo Paese non sarà libero».
Sarah, che studia Scienze politiche proprio lì, manda un messaggio. «Siamo tornati», scrive, con l’emoticon della V di vittoria. Tornare non è poco, in un Paese dove essere riconosciuti in una protesta può significare, nella migliore delle ipotesi, l’espulsione dall’università. Nella peggiore, un arresto o il patibolo. Da gennaio, dopo le grandi manifestazioni contro la crisi economica e il governo — milioni di cittadini scesi in piazza come non accadeva dal 1979 — sulle strade è caduto il silenzio.
A quel silenzio si è aggiunta la guerra, entrata nelle vite degli iraniani e delle iraniane mentre cercavano ancora di capire che cosa



