Domenica ho seguito una puntata di Beautiful (Canale 5). Non chiedetemi il perché, è successo. Forse sono stato attratto da quei colori patinati della moda losangelina; forse mi è sembrato soltanto di trarre da un cassetto una vecchia fotografia. Poi, però, in attesa dei Mondiali di ciclismo, sono stato assalito da ricordi e da qualche riflessione.
Beautiful è una delle poche soap che abbia trasformato la ripetizione in una forma di eternità. Va in onda dal 1987, in Italia dal 1990, e da allora i Forrester, i Logan e compagnia hanno continuato a innamorarsi, tradirsi, sposarsi, divorziarsi, morire e, quando necessario, risorgere. A un certo punto viene il sospetto che non siano i personaggi a vivere per sempre, ma la loro funzione narrativa.
Già gli attori cambiano, i figli crescono, i matrimoni si moltiplicano, i morti resuscitano: eppure Ridge rimane Ridge, Brooke rimane Brooke, il conflitto rimane conflitto. In Beautiful perfino la morte sembra avere un contratto a tempo determinato.
Ma quanto parlano nelle soap! Non di grandi temi sociali, ovviamente, ma dialoghi interminabili, confessioni, attese, sospensioni sulla vita di relazione: l’apoteosi del “parliamone”. Anche il sesso, che dovrebbe essere l’elemento più trasgressivo, diventa soprattutto conversazione sul sesso. Si desidera, si tradisce, ci




