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Conte, veti, controveti e ultimatum. La sfida frontale del capo Cinque Stelle per prendersi la leadership

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di Monica Guerzoni

Dall’Ucraina al woke (e gazebo), tutti i suoi affondi

Giuseppe Conte giura che il duello delle primarie non finirà con uno scontro a fuoco da vecchio western. Eppure, giorno dopo giorno, il confronto con Elly Schlein si fa più duro e gli ultimi colpi verbali sparati dall’ex premier consentono di riesumare la metafora della sfida all’O.K. Corral. Dai palchi del Pd il leader del M5S ha fatto il pieno di applausi, selfie, autografi e cori «Giuseppe, Giuseppe». E anche alla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia la gente di «Elly» lo ha accolto con una ovazione fiume.

Era successo già a Bologna, cuore simbolico della rossa Emilia-Romagna. Era il 5 settembre e quell’accoglienza fu raccontata come un fatto politico: l’ingresso a passo di carica nella città di Schlein e nel territorio del Pd, con l’obiettivo di dimostrare che il presidente del M5S non è un corpo estraneo per la base dem. Dall’1 agosto al 13 settembre è stato un crescendo, culminato alla festa del Fatto con un avviso che il quotidiano titola cosi: «Conte a Schlein: “Chiunque vinca, basta armi all’Ucraina”».

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