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Crisi dell’alcol, calano i consumi: come rispondono i colossi dei liquori, da Jack Daniel’s a Campari e Bacardi

di Francesco Bertolino

Le vendite degli spirits calano del 2,8% e in Borsa i grandi gruppi hanno perso anche più del 70%. Le famiglie di controllo sono chiamate a scegliere: meglio mixare o restare puri?

Il bitter Aperol, il whiskey Jack Daniel’s, il vermouth Martini, l’amaro Fernet, le birre Budweiser e Moretti. Oltre all’alcol, tutte queste bevande hanno un’altra caratteristica in comune: a produrle, e a trarre profitto da ogni bicchiere bevuto, è una dinastia imprenditoriale che, di generazione in generazione, si tramanda la proprietà delle distillerie e delle birrerie da decenni, talvolta addirittura da secoli.

Il capitalismo familiare

L’industria degli alcolici è infatti un bastione del capitalismo familiare: molti dei più grandi gruppi di settore sono controllati o partecipati in misura considerevole da famiglie come i Garavoglia (Campari), i Goldring (Sazerac), i Saji e Torii (Suntory). «È un settore che richiede tempi lunghi per il ritorno del capitale — spiega Bernardo Bertoldi, professore di Family Business Strategy all’Università di Torino —. Bernard Arnault (patron di Lvmh, ndr) ha recentemente affermato “Un cognac riposa per un periodo che va dai 10 ai 50 anni prima di essere venduto. L’eredità di un vigneto si tramanda per ottant’anni”: credo renda

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