di Massimo Sideri
La proposta di Gates di tassare bot e token non riuscirebbe a colpire le big tech, come già era accaduto con il tentativo di colpire gli utili. L’effetto potrebbe essere quello di frenare l’innovazione proprio dove la stiamo cercando di avviare: in Europa, tra le aziende più piccole
Nel 1784 in Gran Bretagna venne introdotta la brick tax. La «tassa sui mattoni», pensata per finanziare le casse del Regno che sotto Giorgio III erano state dissanguate dalla guerra d’indipendenza americana, ebbe un effetto non voluto: ostacolò il progresso nelle innovazioni tecniche nel settore edilizio.
Oggi la proposta di Bill Gates di tassare l’Ai, colpendo token e bot, dovrebbe attivare lo stesso meccanismo frenante, questa volta consapevolmente: le società sarebbero indotte a limitare l’innovazione e a preferire il lavoro umano. Peraltro, la raccolta fiscale potrebbe essere usata per proteggere le categorie più a rischio nella transizione socioeconomica: come messo in luce da Keynes, con le trasformazioni tecnologiche alcune professioni diventano obsolete mentre, parallelamente, se ne formano di nuove. Ciò che manca e che dunque va gestita è la sincronia.
La proposta di Gates ha però un caveat: non sarebbe efficace e il fondatore




