
di Maurizio Porro
Il film del 1961 diretto da Blake Edwards non rispecchia con fedeltà il racconto di Truman Capote da cui è tratto
Giornata ricca di classici quella di sabato 5 settembre, da Blow up a Quei bravi ragazzi, ma vince sempre il film che si cita col sorriso incorporato. Vale a dire Colazione da Tiffany, che dal 1961 convince le teenager che un gatto, un po’di pioggia, gli abiti di Givenchy e lo sguardo di George Peppard ti possono cambiare la vita.
Com’è noto, il film del sempre lodato Blake Edwards (Victor Victoria lo pone tra i grandi) non era esattamente quello che Truman Capote, autore del racconto, si aspettava. Capote, coccolo dell’alta società femminile miliardaria newyorkese che poi gli chiuse la porta in faccia, aveva raccontato una simpatica, esuberante escort e pensava alla sua amica Marilyn Monroe.
Svanita quest’ipotesi, il signor Hepburn, cioè il pudico Mel Ferrer, non avrebbe mai permesso alla moglie un ruolo scostumato. Ecco che Holly resta allora una turbolenta ma brava ragazza del Village che organizza affollati cocktail (prova generale di Hollywood party), è affascinata dalle vetrine di Tiffany («Diamonds are a girl’s best friend», cantava miss Monroe)




