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Uno degli indagati per la bomba a Ranucci: «Qui in carcere altri detenuti ci dicono di non parlare ai pm»

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di Ilaria Sacchettoni

Ai magistrati rivela: «Con Tavares lavorai anche per Sal da Vinci». Secondo il Dap Lavitola non avrebbe subito aggressioni in cella

Una manovalanza affamata di contante e reclutata in periferia, dove il lavoro diventa «lavoretto» e l’intraprendenza varca i limiti del codice penale. Qui, fra le case del rione Gescal di Cicciano, a Napoli, era sbucata all’improvviso una scorciatoia interessante. Così, almeno, nel settembre 2025 prometteva Gomes Clesio Tavares, 45 anni, factotum dalle relazioni importanti. Di fronte a sé aveva l’amico Pellegrino D’Avino, ventisette anni e già il peso di una relazione familiare. Gomes la mise giù facile facile: «Si deve mettere una botta (bomba, ndr), niente di che, una cosa tranquilla». 

Nasce così l’attentato esplosivo all’ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, un accordo tra mente e braccia alla cifra sostenibile di «tremila euro». La mente, secondo l’Antimafia, sarebbe Valter Lavitola, che utilizzò come intermediario il suo factotum.

D’Avino, poi, coinvolgerà il padre naturale, Antonio Passariello, un quarantenne che aveva già precedenti penali. I verbali dei due pregiudicati restituiscono dettagli e circostanze sul blitz: «Durante il viaggio di ritorno — dice Passariello — Mutone (Saverio Mutone, altro indagato, ndr) rispondendo alle mie

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