
di Greta Privitera
Nomine recenti per arginare il «moderato» Ghalibaf e per evitare che un solo uomo diventi indispensabile
DALLA NOSTRA INVIATA GERUSALEMME Il fatto più sorprendente è avvenuto a Islamabad. L’incontro di aprile fra JD Vance, Mohammad Baqer Ghalibaf e Abbas Araghchi, nell’Iran di Ali Khamenei, sarebbe stato difficile perfino da concepire. L’immagine di un vicepresidente americano seduto con il presidente del parlamento e il ministro degli Esteri della Repubblica islamica racconta che, dopo mesi di guerra, il regime ha deciso di calcolare diversamente i suoi interessi. L’intransigenza rimane — eccome se rimane — ma la politica è meno prigioniera della liturgia ideologica e più attenta ai costi: è più pragmatica.
Ali Khamenei era un ideologo, ma prima ancora era l’arbitro del sistema. Le decisioni finali passavano da lui. Conteneva le ambizioni delle fazioni, distribuiva potere, stabiliva fino a dove spingere lo scontro. La sua «pazienza strategica» significava evitare, finché possibile, il confronto diretto con Stati Uniti e Israele.
Dopo la sua uccisione e l’ascesa dell’amato secondogenito Mojtaba — mai apparso in pubblico dall’inizio della guerra — quel potere si è dovuto distribuire, perché la nuova Guida Suprema non occupa lo spazio che occupava




