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L’Italia in affitto: dalla casa all’auto, perché ormai paghiamo tutto in abbonamento

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C’è un oggetto che continua ostinatamente a resistere, ed è probabilmente per questo che racconta meglio di qualsiasi altro la trasformazione in corso: la chiave di casa. In Italia possedere l’abitazione in cui si vive rimane una delle grandi aspirazioni collettive, un pezzo di sicurezza economica prima ancora che un investimento, qualcosa da acquistare, custodire, lasciare ai figli e, soprattutto, qualcosa che una volta pagato resta lì. Secondo i dati del Censimento permanente riferiti al 2023 e diffusi dall’Istat nel febbraio 2026, il 73,9 per cento delle famiglie italiane vive in una casa di proprietà, mentre il 19,6 per cento è in affitto e il restante 6,5 per cento occupa l’abitazione ad altro titolo. Eurostat, che utilizza una metrica riferita alla popolazione anziché alle famiglie, colloca nel 2024 al 75,9 per cento la quota degli italiani che vive in un’abitazione di proprietà, ben sopra la media europea del 68,4 per cento.

Eppure basta uscire da quella casa, aprire il telefono che teniamo in tasca e guardare ciò per cui paghiamo ogni mese per accorgersi che, attorno a quell’ultimo monumento nazionale alla proprietà, è cresciuta quasi senza rumore un’economia fondata sul principio opposto. La musica non si compra più, si ascolta

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