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Berruti, il flirt con Wilma Rudolph e quella tuta divenuta una reliquia

A Roma ’60 Livio visse una storia d’amore, probabilmente solo platonica, con la velocista afroamericana, sullo sfondo delle tensioni razziali negli Usa

Paolo Roberto Marcacci

9 agosto – 22:01 – MILANO

Se ne va un totem dello sport italiano: Livio Berruti era un atleta evolutivo senza possedere un fisico da superman come gli statunitensi che sconfisse nella finale dei 200 metri a Roma ’60. Lo straordinario risultato frutto della levità della sua falcata angelica e della perfezione euclidea delle sue traiettorie è, però, soltanto una parte della storia irripetibile di quell’estate romana e di quei Giochi che proiettarono su scala mondiale lo slancio ottimistico di un’Italia che grazie allo sport sublimava il desiderio insopprimibile di lasciarsi finalmente alle spalle gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Quasi lo stesso scalpore di quella sua medaglia d’oro lo riscosse la storia d’amore con Wilma Rudolph, straordinaria atleta afroamericana che dopo un’infanzia da poliomelitica divenne prima giocatrice di basket e poi velocista capace di conquistare sotto il cielo di Roma tre ori: nei 100 metri, nei 200 e nella staffetta 4×100. 

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Era appena iniziato uno dei decenni più stravolgenti

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