
TERAPIA DI FAMIGLIA. Nelle sale
Non c’è commedia per i francesi senza il lievito della clownerie. Non c’è commedia senza una scrittura divertente, magari sopra le righe, tra parodia e farsa, ma sempre con una derivazione assorta, talvolta drammatica. Qui parliamo di una famiglia ultra-borghese che perde lo schema classico, il triangolo padre-madre-figlia, per allargarsi, diventare picchiatella e aumentare il ring problematico. «L’amore è l’incontro tra due nevrosi», si dice nel film citando Jung, genio della psicanalisi. «Ma l’anima gemella, da qualche parte esiste». Pensate allora a una bella figliola facile a innamorarsi, Alice (Claire Chust), che finora — parola dell’apprensivo papà, lo stimato psicanalista Olivier Béranger (Cristian Clavier) — ha incontrato solo una marmaglia di «narcisisti, schizofrenici e maniaci depressivi». La giovane si fidanza grazie alla solita app per cuori solitari. Ma il bel tipo scovato online, tale Damien Leroy (Baptiste Lecaplain), è un paziente di papà. Il quale ha un elevato senso deontologico e un carattere fumantino.
Cose da pochade. Per il regista Arnaud Lemort, del resto, la famiglia non è né il luogo della consolazione né il teatro delle contraddizioni e delle verità non dette. È solo una comfort zone in continua trasformazione, come dimostra per l’appunto Terapia di




