di Luca Angelini
Dopo aver ceduto per decenni la lavorazione di terre rare e minerali critici a Cina, Usa ed Europa investono miliardi per ridurre la loro dipendenza, inasprendo i controlli sull’export. Ma la corsa nazionalista distorce il mercato
Questo articolo è apparso in origine nella versione «La Rassegna» della newsletter «Il Punto» del Corriere della Sera. Per iscriversi, cliccare qui.
Con tutto quello che è successo negli ultimi mesi, non stupisce che si sia tornati a parlare di gas e petrolio (e magari fertilizzanti) e non più di terre rare e minerali critici, che avevano avuto il loro momento di notorietà prima della guerra all’Iran. Non è, però, che il problema della dipendenza dalla Cina su quel fronte sia sparito, come evidenzia una lunga analisi di Camilla Hodgson sul Financial Times. «Con l’intensificarsi della guerra commerciale con gli Stati Uniti, Pechino ha progressivamente limitato l’accesso alle proprie forniture di metalli critici – ricorda Hodgson a chi se lo fosse dimenticato -.Tra questi figurano il gallio, utilizzato nei sistemi radar, e il germanio, impiegato nella termografia. L’ittrio rappresenta “il punto critico più grave“, dice un fornitore dell’industria dei semiconduttori. “Ci troviamo di fronte a un rischio esistenziale…



