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Perché non riconosciamo più le voci dei telecronisti ai Mondiali (a parte Adani, Pardo e pochissimi altri)

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di Aldo Grasso

Forse per un cambio generazionale, ma non sono più familiari

Spero non sia l’inizio di un precoce deficit cognitivo, ma una
delle grandi verità di questi Mondiali trump-infantiniani è che non riconosco più le voci dei telecronisti. Voglio credere si tratti solo di un traumatico cambio generazionale – molti di loro sembrano all’esordio– ma ammetto che mi manca il vecchio piacere dell’immediata riconoscibilità. 

Il telecronista dovrebbe essere una guida “amica”; la voce anonima, invece, è come un navigatore satellitare.Per questo amo Lele Adani (che telecronista non è): passionale, visionario e polarizzante. Da opinionista trasforma il commento tecnico in un’omerica serie di spunti epici ed emotivi. Ricorre a toni enfatici, paragoni altisonanti e vere e proprie dichiarazioni d’amore, quasi mistiche, per i suoi idoli divini, tipo Lionel Messi o Kylian Mbappé. 

Ma d’altronde, è Lele Adani. Sulla Rai resiste Stefano Bizzotto. Lo riconosco per la sua encomiabile sobrietà, la misura e quella sua ostinata tendenza a privilegiare la descrizione della realtà rispetto all’enfasi da circo. Un’oasi di calma nel deserto del baccano, poco amata da RaiSport. Su DAZN, invece, regna Pierluigi Pardo. Negli anni si è costruito uno stile così personale da essere

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