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Il fallimento mondiale dell’Asia: il calcio calato dall’alto resta alla ricerca di credibilità

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Il Giappone è un’eccezionale isola felice. Per il resto tanti investimenti, poche idee e tifosi ancora meno: perché il modello arabo basato sui soldi non regge senza strutture di base. Nonostante la spinta di Infantino

La difesa “sporca” e orgogliosa del Paraguay e la personalità e la superiorità tecnica del Marocco sbattono in faccia a una Germania presuntuosa e a una sopravvalutata Olanda i propri limiti, lasciando le due potenze del calcio europeo sulla soglia del Mondiale, un appuntamento inevitabile e ritardato dall’accumulo di presenze: prima o poi la realtà arriva. Da questo vero momento di confronto fra vari stili, teorie, culture (e neanche solo calcistiche) è escluso un Continente grosso, l’Asia, che ha provato in due momenti diversi a comprarsi una competitività: in Cina – circa quindici anni fa, era il 18 giugno del 2012 quando Didier Drogba annunciò la partenza per Shanghai – e recentemente nella penisola araba. Era rimasto il Giappone, che per un tempo si è infilato di corsa nel passo lento del Brasile, per poi sparire poco alla volta appena la partita s’è fatta più posata e tecnica. È stato un buon Mondiale per i giapponesi, sempre in discussione con avversari tosti (Olanda, Svezia e

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