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Meno vino, formati diversi: perché mezze bottiglie e Magnum resistono

Il vino si beve meno, soprattutto tra i giovani, e la bottiglia da 0,75 litri non è più l’unica misura del consumo. Tra servizio al calice, clienti che bevono poco e ristoranti che cercano nuove formule, tornano a farsi spazio due formati spesso considerati marginali: le mezze bottiglie e i grandi formati. Ma servono davvero a rilanciare i consumi o restano solo strumenti di immagine? E se a fianco dei vini al bicchiere si introducessero anche nuovi formati con contenuti più adeguati ai reali consumi in base al tavolo? In questo senso, l’esperimento di Fontanafredda – tra i primi a provarci – di andare su bottiglie da un litro e da 0,5 rispondeva esattamente a questa domanda, ma nonostante «commercialmente avessero funzionato molto bene»,  come spiega Andrea Farinetti alla guida dell’azienda, le difficoltà produttive ne hanno un po’ tarpato le ali, pur riconoscendone l’utilità nel contesto attuale. Una difficoltà che si ribalta anche su mezze bottiglie e grandi formati. Seppure con percentuali residuali nell’economia delle produzioni delle cantine (l’1% per Ippolito e Cantina Bolzano, il 3% per Paolo Leo, solo per citare alcuni esempi), mezze bottiglie e grandi formati sono ancora presenti sul mercato e provano a ritagliarsi un proprio

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