
di Stefano Arosio
La morte 90 anni fa in Etiopia dell’aviatore e podestà di Bergamo. Il docente di Storia, Panizza: «Assurdo pensare di rimuovere il nome da vie e monumenti»
Busti in bronzo, come quello plasmato dall’arte di Manzù e conservato all’istituto Paleocapa, ma anche quello nella Torre dei Caduti forgiato da Avogadri. E poi la fontana a ridosso della funicolare per Città Alta, quei caratteri incisi da Bergonzo sul Palazzo della Libertà nell’omonima piazza e intitolazioni sparse per la provincia. Che piaccia o meno, il nome e la vita di Antonio Locatelli danno del tu alla quotidianità dei bergamaschi, anche oggi che sono trascorsi 90 anni dalla sua morte a Lechemti, nella guerra coloniale italiana in Etiopia, il 27 giugno 1936. La tragica fine ha contribuito ad alimentare il mito del Locatelli aviatore, che decollò 523 volte con i bombardieri del regio esercito nelle truci guerre del periodo fascista. Prima di morire, nelle lettere alla madre, Locatelli non nascondeva l’entusiasmo per i bombardamenti effettuati, nel contesto di una guerra in cui gli italiani, tra le altre cose, usarono armi chimiche sulla popolazione civile. Al regime Locatelli aderì con convinzione, divenendo poi di Bergamo podestà e garante




