
di Aldo Grasso
Nella terza stagione della serie di Hbo il salto temporale di cinque anni si rivela un azzardo difficile da sostenere
C’è una sorta di maledizione che sembra gravare sui grandi coming-of-age televisivi: la crescita dei protagonisti. Euphoria, il fenomeno HBO che ha ridefinito il linguaggio visivo ed emotivo della cosiddetta Generazione Z, sembra esservi caduta in pieno (Sky). A quattro anni dalla seconda stagione, il terzo capitolo torna sugli schermi con evidente fatica, schiacciato da aspettative altissime e dalla consapevolezza che il «mondo» di Rue — quell’acquario claustrofobico fatto di liceo, neon e disperazione purissima — non esiste più. Il salto temporale di cinque anni, che proietta i protagonisti verso un’età adulta ancora indefinita, si rivela un azzardo difficile da sostenere. La forza della serie, nelle prime due stagioni, risiedeva proprio in quell’urgenza adolescenziale, in quella bolla in cui ogni errore sembrava definitivo e ogni relazione amplificata all’inverosimile. Abbandonando il liceo, Euphoria perde la bussola narrativa e, soprattutto, la propria identità.
Ciò che resta è una sequenza discontinua di vicende che, prive della pressione costante del contesto scolastico, scivolano spesso in un senso di vuoto. Anche l’impatto estetico, marchio di fabbrica che aveva reso




