
di Alessandro Sala
Lo scrittore racconta al Salone del Libro di Torino i suoi 18 anni di vita da agricoltore. Due settimane fa il suo cane fu sbranato dai lupi. «Sono stato attaccato da animalisti di città, ma in campagna il rapporto con la morte è reale»
DAL NOSTRO INVIATO
TORINO – «Non sono pentito. È stato detto di tutto dopo il mio intervento sulla morte di Osso. Ma lo riscriverei esattamente come l’ho scritto. Perché io ho voce ma i miei vicini no. Ed è principalmente a loro che quelle parole le dovevo. Certi animalisti di città non hanno idea di cosa significhi davvero vivere nelle aree rurali». Michele Serra fa ancora fatica a parlare della perdita del suo cane, sbranato due settimane fa da un branco di lupi nell’Appennino piacentino, dove vive da 18 anni. Anche al Salone del Libro di Torino, durante la presentazione con Luca Sofri di Che ne sai tu di un campo di grano, pubblicato da Iperborea per la serie del Post «Cose spiegate bene», ha voluto evitare l’argomento. «Faccio ancora troppa fatica a parlarne». Osso per lui non era un «pet», era un compagno di vita. Chi condivide la propria esistenza




