
di Aldo Grasso
La sua narrazione si accende proprio quando la corsa attraversa le sue fasi interlocutorie
Come ho sottolineato più volte, il Giro d’Italia non è soltanto un evento sportivo: è un racconto itinerante del nostro Paese. Dopo la partenza all’estero, il ritorno entro i confini nazionali ha riacceso quell’atmosfera irripetibile fatta di strade tinte di rosa, borghi in festa e paesaggi che paiono fondali del «teatro della vita». Ora i pomeriggi tv ritrovano un senso compiuto.
Mentre Eurosport (con il collaudato quartetto Gregorio, Magrini, Belli e Moser) si rivolge a una nicchia di «puristi», la Rai deve parlare a un pubblico generalista. Lo fa schierando una squadra imponente: Pancani, Garzelli, Cassani, Rizzato, oltre a Fabretti, Giada Borgato (ormai è tempo che affianchi Pancani nella telecronaca) e Martinello.
E poi c’è lui, lo scrittore Fabio Genovesi. A me sembra che abbia portato nel racconto del Giro qualcosa che nelle cronache sportive spesso latita: il senso del paesaggio, della provincia e dell’umanità che gira attorno allo sport.
La sua narrazione si accende proprio quando la corsa attraversa le sue fasi interlocutorie. È tra i borghi improbabili, lungo le linee del mare, sulle montagne meno celebrate




