
Alex Zanardi ci ha lasciati e con lui se ne va una di quelle figure che lo sport non riesce mai a contenere del tutto, perché a un certo punto smettono di appartenere solo alle piste, ai cronometri, passando alla leggenda.
Pilota vero prima ancora che personaggio pubblico, Zanardi aveva corso in Formula 1 negli anni Novanta con Jordan, Minardi, Lotus e Williams. Ma è dall’altra parte dell’Atlantico, nella CART americana, che aveva trovato la sua dimensione più piena: talento, istinto, sorpassi impossibili, due titoli consecutivi nel 1997 e nel 1998, e quella capacità rara di trasformare la guida in qualcosa di riconoscibilissimo.
Poi il 2001, la corsa al Lausitzring, l’incidente che avrebbe potuto chiudere tutto. Alex sopravvive miracolosamente, ma subisce l’amputazione delle gambe. Nel dicembre dello stesso anno, in occasione della premiazione dei Caschi d’Oro di Autosprint, Alex viene premiato: il pubblico si alza in piedi per applaudirlo e lui, pronto a riscrivere da capo la sua vita, si fa aiutare ad alzarsi sulle protesi per ringraziare. Un gesto forte che trasforma il dolore in forza di ricominciare.
Zanardi tornò a correre in pista, ma più avanti trovò nell’handbike una seconda carriera sportiva capace di diventare leggenda: quattro ori




