I blocchi navali «incrociati» nel Golfo arabico-persico gettano un’ombra sul vertice fra Xi Jinping e Donald Trump, previsto a Pechino fra tre settimane. La guerra in Iran viene studiata con attenzione anche in Estremo Oriente: tutti ne traggono delle lezioni su Taiwan. E il Giappone continua a procedere verso il riarmo, su diversi fronti, dall’export di armamenti ad una politica industriale dettata da imperativi di sicurezza nazionale. Le vicende del Medio Oriente hanno ripercussioni a catena nell’Indo-Pacifico, dove si concentrano i maggiori acquirenti di gas e petrolio dal Golfo, nonché le potenze industriali e tecnologiche dominanti del pianeta subito dopo (o alla pari con) gli Stati Uniti.
Nello stretto di Hormuz, si gioca una partita che coinvolge direttamente Pechino, Tokyo, Taipei, Manila, Canberra… e naturalmente Washington. Non solo per il petrolio che passa da quel corridoio marittimo, ma perché il blocco di una via d’acqua strategica offre un’anticipazione concreta di ciò che potrebbe accadere domani nello stretto di Taiwan. Allo stesso tempo accelera trasformazioni già in corso: riarmo giapponese, controlli sugli investimenti stranieri, ritorno dello Stato stratega nell’economia.
Quattro sviluppi a Pechino, Taipei e Tokyo raccontano una sola storia: la globalizzazione asiatica si sta militarizzando.
Il primo riguarda




