A Gela (Cl), l’evento promosso dall’Accademia Italiana della cucina a Palazzo Mattina, guidata dal delegato Gualtiero Cataldo, ha trasformato il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’Unesco in qualcosa di tangibile: un racconto fatto di piatti, idee e visioni. Non una celebrazione formale, ma un confronto vero.

Pino Cuttaia, Daniela Lippi, Renato Collodoro e Davide Barone
Una cucina come sistema: identità, memoria e comunità
Dal palco è emersa un’immagine chiara: la cucina italiana è un sistema complesso, stratificato, costruito nel tempo attraverso contaminazioni, biodiversità e cultura popolare. Un mosaico, come è stato definito, dove ogni tessera mantiene la propria identità contribuendo a un disegno più ampio. Il punto non è solo cosa mangiamo, ma perché. Dietro ogni piatto c’è un gesto quotidiano, una memoria familiare, una comunità. È questa normalità, apparentemente semplice, che ha reso la cucina italiana universale. Una cucina che sa essere inclusiva, capace di accogliere e trasformare influenze, mantenendo però un equilibrio unico tra gusto, salute e territorio.
Dalla teoria alla tavola: tre interpretazioni a confronto
Poi la teoria ha lasciato spazio alla pratica. E lo ha fatto con una cena costruita come un vero percorso




