di Isidoro Trovato
Il mercato delle aggregazioni tra studi professionali è in piena ebollizione. La neutralità fiscale introdotta dalla riforma ha aperto le porte ai grandi fondi. E per chi vende oggi, le valutazioni non hanno precedenti
C’è un momento in cui vendere uno studio professionale smette di essere una resa e diventa una scelta strategica. Quel momento, per migliaia di commercialisti e consulenti del lavoro italiani, sembra essere adesso.
Negli ultimi dodici mesi il mercato delle aggregazioni tra studi professionali ha subito una trasformazione silenziosa ma profonda. I multipli di valorizzazione — il parametro con cui si misura quanto vale uno studio rispetto al suo fatturato — sono letteralmente esplosi. Se fino a poco tempo fa la stima media si attestava tra 1,3 e 1,35 volte i ricavi annui, oggi, per le strutture più organizzate con Ebitda elevati oggi il mercato paga multipli del fatturato molto più elevati rispetto al passato. Un salto che non ha precedenti nella storia delle libere professioni italiane e che riflette non solo una maggiore liquidità sul mercato, ma anche una diversa percezione del valore degli studi professionali, sempre più assimilati a vere e proprie piattaforme industriali di servizi.
La spinta normativa




