
di Greta Privitera
Il regime di Teheran, gli scenari bellici, la situazione nello Stretto e il rebus yemenita: quattro «lenti» per sondare i possibili sviluppi in Medio Oriente
La guerra con l’Iran non è mai finita. Washington e Teheran si colpiscono, si fermano, tornano a minacciarsi. Ora, l’ombra di nuove bombe si allunga sul 4 novembre, il giorno dopo il voto di metà mandato. Secondo la stampa americana, è più probabile che Donald Trump dia l’ordine di attaccare se i repubblicani uscissero battuti dalle urne, e non bastano a rassicurare le parole del ministro degli Esteri Abbas Araghchi, che ha definito la lettera inviata dal vicepresidente JD Vance «un passo positivo». Trump aspetta che il regime si pieghi, mentre a Teheran comanda un potere in divisa, stretto attorno a Mojtaba Khamenei, che ha imparato a colpire.
Ma dopo otto mesi, a che punto è la situazione sul campo? Le due parti arrivano alla nuova possibile sfida più indebolite. L’America ha bruciato buona parte dei suoi intercettori, l’Iran non controlla Hormuz ma conserva missili. Lo Stretto, da cui passava un quinto del petrolio del mondo, è prigioniero di un doppio blocco, e la fine dell’assedio americano ai porti iraniani




