Oggi, a Teheran: un murale raffigura l’ayatollah Ali Khamenei e il generale Qasem Soleimani (Afp) di Samuele Finetti
Un’altra tregua, nella tregua già in vigore. Nella notte sembrava cosa fatta: Usa e Iran, dopo giorni di attacchi incrociati, pronti a sedersi di nuovo al tavolo, già domani a Doha, per tentare di sciogliere la matassa diplomatica che dovrebbe portare alla firma di una pace definitiva entro metà agosto (i 60 giorni concordati nel Memorandum siglato il 17 giugno). Ora, un nuovo passo indietro: l’Iran nega l’incontro di domani, «si farà solo quando saranno rispettate le condizioni», dice il viceministro degli Esteri di Teheran. Poco dopo, Trump conferma l’incontro con un post su Truth. Chi vivrà, vedrà. Nell’incertezza dei negoziati, una cosa sicura sembra esserci: comunque finisca, lo Stretto di Hormuz non sarà mai più quel che era prima del 28 febbraio.
La nostra lettera continua dal Sudamerica, con il racconto da La Guaira, la «ground zero» del terremoto che ha messo in ginocchio il Venezuela. Poi l’Ucraina, tra le difficoltà russe ormai ammesse anche da Putin e un’installazione, a
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