
Donald Trump riduce le esercitazioni militari con la Corea del Sud perché considera «ostile» continuare a mostrarle a un Kim Jong-un con il quale dice di avere ancora un ottimo rapporto; Lee Jae-myung, praticamente nelle stesse ore, torna a chiedere che Seoul recuperi entro la fine del suo mandato il controllo operativo delle proprie forze in caso di guerra; Pyongyang osserva entrambi, rifiuta di considerare il gesto americano una vera concessione e il giorno successivo lancia verso il mare circa dieci missili balistici a corto raggio.
In meno di una settimana la penisola coreana ha condensato in una successione rapidissima tutti i paradossi che la attraversano da oltre settant’anni e, soprattutto, ha mostrato quanto il nuovo tentativo di Donald Trump di riaprire il dossier nordcoreano possa produrre effetti molto più ampi di un eventuale quarto incontro con Kim Jong-un. Perché questa volta non è in discussione soltanto se Washington e Pyongyang torneranno a parlarsi: a essere rimessi sul tavolo sono il funzionamento stesso dell’alleanza tra Stati Uniti e Corea del Sud, il ruolo militare americano nella penisola e il grado di autonomia che Seoul vuole conquistare mentre il Nord continua ad ampliare il proprio arsenale.
Tutto è cominciato il 16




