
di Paolo Coccorese
L’epopea delle «okkupazioni» torinesi è lunga e frastagliata. Il 2019, tra pandemia e social network, è l’inizio della grande sconfitta. Ma c’è che resiste
Dopo gli sgomberi arrivano la coppa di gelato nell’ex Delta House, la palazzina di lusso alle Serrande di corso Giulio o le associazioni benefit negli spazi liberati dell’ex Asilo. Rigenerazione urbana, certo. A volte abbandono. Con quel «fuori tutti» che cancella sempre decenni di lotte, cultura e sogni. Tolta Askatasuna, ancora troppo vicina per essere storicizzata, l’epopea delle «okkupazioni» torinesi è lunga e frastagliata. Il 2019, tra pandemia e social network, è l’inizio della grande sconfitta, ma c’è che resiste.
Barocchio, El Paso, Gabrio, Neruda, Velena, Manituana… Sono 10 in tutto gli spazi occupati in vita, un terzo di 30 anni fa. Costretti a fare i conti con il futuro. Da guardare con sospetto, come faceva la giraffa nel cortile dell’ex Prinz Eugen: sgomberato, sono partiti i lavori per trasformarlo in ostello.
Una storia poco raccontata e ancora meno compresa, quella degli «spazi autogestiti». Iniziata nel 1967 e passata dai circoli proletari ai collettivi che dalla fine degli anni Ottanta hanno ridisegnato la geografia dei movimenti cittadini. In principio le occupazioni




