
di Marta Serafini
Il racconto di Liuba: «Se arrivano i missili e la sirena non suona, chi avrà il tempo di portare la bimba al rifugio?»
DALLA NOSTRA INVIATA
KIEV – Liuba accompagna sua figlia all’asilo ogni mattina. Le sistema la giacca, controlla che nello zainetto ci siano l’acqua e qualcosa da mangiare. Poi la saluta cercando di non trasmetterle la sua paura. Torna a casa e si mette a lavorare, ma con il telefono sempre davanti e una domanda che non riesce a mettere a tacere: se arrivano i missili e la sirena non suona, chi avrà il tempo di portarla al rifugio?
«Ora funziona così a Kiev: i droni di giorno, i missili di notte», mi aveva detto Liuba prima che arrivassi in città.
Per una madre, i minuti concessi da un allarme sono tutto. Sono il tempo necessario per svegliare un bambino, vestirlo, trovargli le scarpe, prendere lo zaino e scendere le scale. Se la sirena non suona, quel tempo semplicemente non esiste.
La sera le madri di Kiev preparano la notte come si prepara un’evacuazione. Spostano i lettini lontano dalle finestre, stendono materassi e coperte sul pavimento del bagno, cercano il punto




