
Quarant’anni dopo lo sbarco della giapponese Nissan, lo storico impianto britannico di Sunderland apre le porte ai cinesi di Chery. Un passaggio di testimone epocale.
Corsi e ricorsi. Una volta erano i giapponesi a far tremare l’auto europea. Ora tocca ai cinesi. E il destino vuole che uno stabilimento diventi il simbolo concreto di questo passaggio storico.
Quarant’anni fa, nel luglio del 1986, Nissan inaugurava a Sunderland il suo primo grande stabilimento europeo. Non era solo una fabbrica: era un segnale geopolitico. Il Giappone, dopo aver conquistato quote di mercato con esportazioni aggressive e qualità superiore, decideva di “entrare” fisicamente nel cuore industriale dell’Europa. Una mossa che rassicurava i governi — posti di lavoro locali, investimenti diretti — ma terrorizzava i costruttori europei, ancora legati a modelli produttivi meno efficienti e a una struttura industriale più rigida.
Quando il Giappone ridisegnò i confini della produzione europea
Quella fabbrica venne rapidamente etichettata, con una punta di sufficienza, come “fabbrica-cacciavite”: assemblaggio locale di componenti prodotti altrove. Una definizione che oggi suona quasi ingenua. Sunderland divenne in pochi anni uno degli impianti più efficienti d’Europa, laboratorio avanzato del lean manufacturing giapponese, e simbolo di un ribaltamento competitivo che avrebbe costretto l’intera industria




