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Smart working: chi è disposto a uno stipendio più basso e chi invece ha paura di non fare carriera

di Irene Consigliere

Il fenomeno del lavoro da remoto’ è analizzato in uno studio di un gruppo di ricercatori dell’Università Bocconi uscito sulla rivista Nature. Il campione intervistato di 20mila lavoratori di cui 600 dipendenti pubblici

Negli ultimi anni il lavoro da remoto sembrava destinato a diventare una pratica stabile e parte della “nuova normalità”, diventando leva delle economie avanzate. Dopo essere stato introdotto durante la pandemia come soluzione temporanea, è stato adottato da moltissime organizzazioni pubbliche e private. Negli Stati Uniti il lavoro remoto nel 2023 era quattro volte più diffuso rispetto al 2019, mentre in Europa la maggioranza dei lavoratori dichiarava di lavorare da casa almeno un giorno a settimana. Anche le pubbliche amministrazioni hanno mantenuto forme di lavoro flessibile. 

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Un nuovo studio pubblicato su “Nature” prova a rispondere con numeri senza precedenti offrendo dati che non sono mai stati forniti. Lo studio è stato condotto da un gruppo internazionale di ricercatori che comprende Greta Nasi, professoressa del dipartimento di scienze sociali e politiche dell’Università Bocconi di Milano. Lo studio presenta i numeri di un’ indagine svolta nell’estate del 2024 su di un campione

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