di Dario Di Vico
La multinazionale ha ceduto la «frizzante» amata nei ristoranti al fondo americano Platinum. Dopo una gestione trentennale di successo, per gli analisti sarà un lascia-e-raddoppia
Nel lessico del management l’acqua San Pellegrino è sicuramente considerata un caso di studio. La sua specialità sta nell’indicare al mercato e agli stakeholders l’optimum del rapporto tra made in Italy e multinazionali. Per riflesso condizionato siamo abituati a considerare la vendita di un’azienda italiana a una company straniera come una sconfitta dell’imprenditoria e del sistema (governo, banche, ecc.). Lo facciamo da anni e continuiamo senza accompagnare il giudizio con un’analisi ad hoc dei singoli mercati, delle potenzialità dell’azienda, della cultura del subentrante. E invece San Pellegrino dimostra l’esatto contrario ovvero come la presunta «colonizzazione» del marchio più pregiato delle acque minerali sia diventata nel tempo un’occasione di creazione di valore e di crescita.
Quello che era un marchio conosciuto in un’area geografica comunque limitata è diventato grazie all’acquirente svizzero Nestlé un prodotto noto in tutto il mondo (150 Paesi), ricercato e capace di guadagnare un posizionamento premium nell’offerta di acque da tavolo. Con tutta probabilità nessun soggetto italiano privato avrebbe potuto convogliare sul marchio San Pellegrino le




