di Marco Cremonesi
La linea comune dei leader e le divisioni con gli alleati. Il leader M5S: «Accordo con Mosca necessario». Il leghista: «Per non chiudere scuole e ospedali torniamo comprare dalla Russia»
Il gas russo torna al centro della politica. Semmai ne fosse uscito. Gli Stati Uniti hanno prorogato la sospensione delle sanzioni sulle materie prime energetiche russe fino al 16 maggio. E hanno così ridato una spinta forte a chi sostiene la necessità di riaprire gli acquisiti da Mosca. Fermo restando che gli acquisti non si sono mai fermati, anche nel cuore dell’Europa. Il che aggiunge argomenti ai sostenitori dei rubinetti aperti.
Nei primi sei mesi del 2025, degli 11,5 miliardi di metri cubi di gas esportato dalla Russia, il 41% è andato in Francia, il 28% in Belgio, il 20% in Spagna, il 9% nei Paesi Bassi e il 2% in Portogallo. A invitare a «riflessioni» sul tema il presidente di Confindustria Emanuele Orsini e il presidente dell’Eni Claudio Descalzi: «Non mi paiono putiniani» ha ironizzato il vicepremier leghista.
In realtà, le posizioni non sono rimaste immutate nel corso del tempo. Sabato Matteo Salvini è tornato a dirlo forte




