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Reza Pahlavi, l’illusione di un leader che restituisca la libertà all’Iran

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La rapida uscita di scena del figlio dell’ultimo Scià dimostra quanto sia rischioso trasformare un simbolo mediatico in un leader politico, confondendo le speranze dell’Occidente con la realtà dell’Iran

Per mesi Reza Pahlavi è stato presentato come il volto del futuro Iran. Interviste, convegni, incontri istituzionali e una presenza costante sui media lo avevano trasformato, agli occhi di molti osservatori occidentali, nell’uomo destinato a guidare la caduta della Repubblica islamica. Sembrava che il destino dell’Iran fosse già scritto e che il figlio dell’ultimo Scià fosse pronto a raccogliere l’eredità del potere. Oggi, però, è praticamente scomparso dalle cronache. E questo improvviso silenzio dovrebbe indurre a una riflessione. La realtà è che fin dall’inizio era evidente come la narrazione costruita attorno a Pahlavi fosse largamente sproporzionata rispetto al suo peso politico reale. Nessuno mette in dubbio che goda di una certa popolarità in una parte della diaspora iraniana o che il suo cognome conservi un forte valore simbolico per molti oppositori del regime. Ma un simbolo non è necessariamente un leader politico. E soprattutto non basta per rappresentare un Paese di oltre novanta milioni di abitanti, attraversato da profonde divisioni politiche, etniche, religiose e sociali.

L’errore di molti osservatori è

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