
di Luigi Ippolito
La visita a Washington lo ha confermato: il re è l’asset più prezioso per la diplomazia di Londra
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
LONDRA – La Corona si è sempre sollevata al di sopra delle beghe quotidiane: ma Carlo, con le sue 2.624 parole di discorso davanti al Congresso americano, ha dimostrato di essere davvero un «re politico», pronto se serve a sporcarsi le mani, seppure nella maniera felpata e suadente propria di un monarca del suo rango.
Siamo ben lontani dalla «Sfinge» Elisabetta, di cui non si è mai saputo cosa pensasse veramente e che mai si era lanciata in pronunciamenti che sapessero di schieramento. Ma d’altra parte, nel suo lunghissimo apprendistato da principe di Galles, Carlo non si era fatto scrupolo di manifestare a destra e a manca predilezioni e avversioni, che fossero la battaglia per l’ambiente o il disdegno per l’architettura moderna. Tanto che, prima della sua ascesa al trono, c’era chi temeva che sarebbe stato un «re impiccione», che si sarebbe immischiato negli affari della politica, come faceva da principe bombardando i ministri di lettere e petizioni vergate con calligrafia illeggibile (le «lettere del ragno», dicevano).
E per questo, nel discorso




