
Una telefonata dopo la semifinale di Copa America contro il Messico cambiò la vita del centrocampista boliviano. L’uomo simbolo della nazionale passò dalla festa per una storica finale contro il Brasile a una tragedia familiare impossibile da superare
Il tempo del dolore è infinitamente più lungo di quello della vita normale. Non passa mai, ti si appiccica alla pelle, ti penetra nelle viscere, ti scuote, ti fa tremare. E, soprattutto, si dilata, si gonfia dentro di te come un palloncino e diventa talmente grande che il tuo corpo non riesce più a contenerlo, e allora ti abbandoni, stremato, alla sua volontà e al destino che qualcuno ha scritto per te. Ramiro Castillo, centrocampista boliviano di discreto talento, ha sperimentato su di sé la potenza di questo terribile fenomeno, che se non viene attutito si trasforma in maledizione, e, alla fine, ha alzato le mani in segno di resa e si è dichiarato sconfitto. Calendario alla mano, ha resistito per 115 giorni che sono 2.760 ore le quali, tramutate in minuti (perché il dolore è un istante che si misura in brevi frazioni di tempo), diventano 165.600. Dal 26 giugno al 18 ottobre (del 1997), da un giovedì a un sabato,




