
di Simone Canettieri
L’amarezza: lavoro fino all’ultimo col massimo impegno. La Lega e il rischio del «Papeete bis»
Semplice: se il quadro cambierà «ne prenderà atto». E quindi lascerà il Viminale. Ma fino a quel giorno, se mai dovesse arrivare, Matteo Piantedosi è intenzionato a svolgere il suo lavoro «con il massimo impegno e con un orizzonte progettuale di legislatura». Inutile dissimulare: è una fase complicata per il ministro dell’Interno. I colonnelli della Lega ormai lo chiedono ad alta voce: al suo posto deve tornare Matteo Salvini perché «solo una gestione più politica della sicurezza può arginare l’ascesa di Roberto Vannacci».
Più va avanti questo pressing, più Piantedosi rischia però di essere «delegittimato» nella sua azione quotidiana, per giunta proprio dal partito che lo indicò a Giorgia Meloni nel 2022. Nel fine settimana — ospite a Manduria del Forum in masseria organizzato da Bruno Vespa — il «prefetto di Avellino» ha confessato di essere stato colpito dalla battuta del collega Giancarlo Giorgetti emersa durante l’ultimo federale leghista («Quando parla in Consiglio dei ministri non sempre lo capisco»). Non tanto per la critica in sé, ma per il fatto che sia finita su tutti i giornali. Piantedosi è




