Il telefono squilla, insiste, la chiamata cade nel vuoto. Dall’altra parte, nessuna risposta. Il medico di base è irraggiungibile, l’agenda satura, il primo appuntamento utile a quattro giorni di distanza. Ma il dolore – o anche solo il timore che lo accompagna – non conosce attese. E così la traiettoria si sposta, quasi inevitabilmente, verso il pronto soccorso: non sempre per un’urgenza reale, quanto per l’assenza di alternative accessibili e riconoscibili sul territorio.
Nel 2023 sono stati 18 milioni gli italiani che hanno varcato quelle porte scorrevoli, con un incremento del 6% rispetto all’anno precedente. Di questi, quasi uno su quattro presentava condizioni che la medicina territoriale avrebbe potuto – e dovuto – intercettare e gestire. È qui che il cortocircuito diventa evidente: una domanda di cura che non trova risposta a monte si riversa a valle, congestionando le sale d’attesa, mettendo sotto pressione il personale e piegando un sistema concepito per l’emergenza a funzioni che non gli sono proprie.
Come funziona il triage e perché si aspetta tanto
All’arrivo in pronto soccorso, il primo contatto è con il triage infermieristico, che valuta i sintomi per assegnare a ogni paziente un codice di priorità. <span




