di Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Un’analisi Cgil mostra come integrazioni, maggiorazioni e fisco possano quasi annullare il vantaggio di una pensione maturata con più contributi. Nel 2025 l’assegno sociale maggiorato arrivava a 747,84 euro; nel 2026 può salire a 768,29 euro, ma solo con precisi requisiti di età e reddito
Quanto vale, alla fine, aver versato più contributi? La domanda è provocatoria, ma i numeri aiutano a capire un paradosso che si nasconde nelle fasce più basse del sistema previdenziale italiano. A metterlo nero su bianco è un’analisi dell’Ufficio Previdenza della Cgil e dello Spi, del dicembre scorso, che confronta pensioni maturate con storie contributive diverse e mostra come integrazione al minimo, maggiorazioni sociali e fisco possano arrivare quasi ad annullare, sul netto, la distanza tra chi ha maturato una pensione molto bassa e chi ne ha costruita una decisamente più alta. La stessa Cgil parla di un «paradosso redistributivo» nel quale pensionati con trattamenti previdenziali maggiori possono ritrovarsi, una volta applicate imposte e addizionali, con meno denaro disponibile.
Il caso limite consente anche un altro confronto. Nel 2025 una persona senza alcuna pensione contributiva, a determinate condizioni di età e reddito, poteva arrivare con l’assegno sociale e




