
Porte in faccia, difficoltà, miseria, poi l’illuminazione in un bar guardando Chuck Wepner: la storia di un attore che è diventato tutt’uno col suo personaggio iconico. Che all’inizio nessuno voleva…
Ottant’anni compie Stallone, cinquanta ne fa Rocky. Figlio di un emigrato pugliese, un barbiere di nome Frank nato a Gioia del Colle, e di una astrologa statunitense, Jacqueline Labofish, di origini ucraine, che per tutta la vita avrà seri problemi di alcolismo (e per questo abbandonò presto la famiglia); Sylvester Enzio, la “i” è un refuso dell’anagrafe di New York, Stallone – ottant’anni oggi 6 luglio – prima ancora di diventare un divo di Hollywood ha avuto una vita da film. Fin dall’inizio di tutto, quando il parto difficoltoso della madre rese necessario l’uso del forcipe, uno strumento con due branche simili a cucchiai che all’epoca si usava – applicandolo alla testa del neonato – per facilitare la fuoriuscita del corpo del nascituro. Gli effetti collaterali spesso erano devastanti. Al piccolo Sylvester il forcipe causò una lieve paresi facciale, sul lato sinistro del volto, consegnandogli quell’espressione muta – divenuta iconica – che lo accompagnerà per tutta la vita.




