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Nucleare, il ritorno possibile

Questa settimana la Camera ha approvato la legge delega del governo per riportare il nucleare in Italia entro il 2050. Dopo il via libera del Senato, atteso nelle prossime settimane, l’esecutivo avrà un anno per scrivere i decreti attuativi, poi serviranno licenze, valutazioni di sicurezza, l’individuazione dei siti.

Il piano non guarda alle grandi centrali del passato, ma a una nuova famiglia di impianti: i piccoli reattori modulari, noti con la sigla inglese SMR. Sono reattori in miniatura, in genere sotto i 300 megawatt di potenza, contro le migliaia di una centrale tradizionale, pensati per essere costruiti in serie come pezzi standard e poi assemblati sul posto. L’idea è installarne molti, dove serve energia, abbattendo costi e tempi dei grandi cantieri.

Al governo ne servirebbe una ventina per coprire circa il 10% del fabbisogno elettrico nazionale, e secondo il ministro Pichetto Fratin i primi potrebbero accendersi già nel 2035.

Qui i tempi della politica e quelli della tecnologia divergono. Questi piccoli reattori sono quasi tutti ancora prototipi: in Europa e negli Stati Uniti nessuno è collegato a una rete elettrica commerciale, e la piena maturità è stimata non prima di una decina d’anni. Di che nucleare stiamo parlando, allora?

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