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New Delhi, Tokyo e Seul: il «secolo asiatico» non parla soltanto cinese

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di Federico Rampini

Quando si parla di «secolo asiatico» tutti pensano alla Cina: è un errore

Quando si parla di «secolo asiatico» tutti pensano alla Cina. È un errore. L’Asia non è un continente destinato a organizzarsi attorno a un solo centro imperiale. La sua geografia del potere comprende almeno altre tre realtà decisive: l’India, il Giappone e la penisola coreana. Sono Paesi diversi per storia, dimensioni, livello di sviluppo. Hanno però due caratteristiche comuni: sono democrazie; e nessuna vuole diventare un vassallo di Pechino. L’India rivaleggia con la Cina per popolazione, profondità storica e ambizione. Ha ormai superato il vicino per numero di abitanti, dispone dell’arma nucleare, possiede un programma spaziale, un’industria farmaceutica e un settore digitale di livello mondiale. Il suo Sud, con Bangalore e Hyderabad, esporta software, servizi e talenti. I dirigenti di origine indiana sono ai vertici di molte multinazionali americane. Per le imprese occidentali, l’India è diventata in parte un’alternativa alla Cina. Ma l’India non sarà una nuova Cina. È più lenta, caotica, diseguale. La sua democrazia rende le decisioni più faticose; le infrastrutture sono inadeguate; la burocrazia resiste alle riforme. In compenso, il pluralismo offre correttivi che mancano ai regimi autoritari.

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