di Marta Serafini
Nella cintura delle fortezze, a un passo dal fronte, restano migliaia di civili: «Rimaniamo finché c’è acqua»
DALLA NOSTRA INVIATA
REGIONE DI DONETSK – Piccolo e nero il moscone di metallo ronza inferocito. Si avvicina. Il rivelatore di droni, uno scatolotto con due buffe antenne, inizia a suonare, impazzito. Bisogna scappare al riparo. Un albero non basta. E allora via dentro un edificio, con il cuore che inizia a pompare. Via, lontano dalle porte, via lontano dalle finestre. Ma, se vuole, lui ti uccide.
È il safari umano, la distopia della guerra ai tempi di Putin, evoluzione perfetta del territorio Comanche, là dove non vedi i fucili ma i fucili vedono te. Perché non è un cecchino a prenderti di mira mentre cerchi di metterti in salvo, ma un robot pilotato da un militare nascosto in una cantina chissà dove. Davanti ha uno schermo. E magari sta zoommando sulla tua pupilla che si dilata per il terrore con un ghigno che gli taglia la faccia.
Tremano Sloviansk e Kramatorsk, bastioni della cintura delle fortezze del Donbass, dove l’Ucraina prova a fermare l’avanzata russa. Bestie ferite che si dissanguano. «È




