Cinquantamila posti di lavoro in meno, subito. Fino a centomila tagli in futuro per l’insieme dei marchi del gruppo. È la nuova cura dimagrante che Volkswagen si prepara a infliggersi, in aggiunta ad altre riduzioni di organico già decise in passato. Il colosso tedesco avvia una ristrutturazione che deve ridurre drasticamente i costi, dimezzare la gamma dei modelli, rendere più produttivi gli stabilimenti. Sullo sfondo c’è perfino la prospettiva di cessare la produzione automobilistica in alcune fabbriche tedesche. Gli utili netti del gruppo sono caduti del 30% nel primo semestre.
Volkswagen ha molti problemi suoi. I costi generali sono troppo alti, secondo l’amministratore delegato Oliver Blume. La transizione verso l’auto elettrica è stata gestita con errori e ritardi. I dazi americani hanno aggiunto un’altra difficoltà. Il costo dell’energia, dopo la rottura con la Russia e l’abbandono del nucleare, ha aggravato la situazione. Ma sopra tutti questi problemi ne incombe uno più grande: la Cina.
Volkswagen è un simbolo perfetto di ciò che sta accadendo all’industria europea. Per trent’anni la Germania ha pensato alla Cina soprattutto come a un mercato. I tedeschi vendevano ai cinesi Mercedes, BMW e Volkswagen-Audi, macchinari industriali, prodotti chimici. La Cina forniva all’Occidente magliette, giocattoli,




