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«Masters of War», il brano del ’63 di Bob Dylan costruito come un processo, evocato da papa Leone

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di Chiara Maffioletti

Un testo crudo, senza metafore, in cui il cantautore si augura la morte dei Signori della Guerra, che senza scrupoli mandano a morire giovani al posto loro, solamente per arricchirsi

Quando papa Leone ha citato i «signori della guerra», il pensiero di molti è andato alla canzone che Bob Dylan aveva incluso nell’album «The Freewheelin’» del 1963, nel pieno della Guerra Fredda. Il titolo era proprio «Masters of War» e resta uno dei brani meno metaforici ma più duri e diretti del grande cantautore. Anche in quegli anni, il mondo viveva sotto la minaccia nucleare (poco dopo la crisi dei missili di Cuba), e negli Stati Uniti cresceva un forte movimento pacifista. Musicalmente, non è un brano che parte da zero: la melodia è ispirata a un brano tradizionale inglese, «Nottamun Town», che lui aveva rielaborato in chiave folk. Ma è nel testo che c’è l’attacco frontale ai «signori della guerra», intesi come  politici, industriali e in generale chiunque tragga profitto dall’industria bellica. Un brano di protesta  che accusa in modo dirette queste figure, colpevoli di nascondersi dietro il potere economico e mandare altri a morire al loro posto, alimentando la paura di tutti per puro

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