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Marx, il Sessantotto, una nuova teoria spiega la violenza politica Usa

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Il terzo attentato a Trump, dopo l’assassinio dell’influencer di destra Charlie Kirk e del top manager di un’azienda assicurativa da parte del «giustiziere sociale» Luigi Mangione, rilancia un interrogativo: l’America scivola verso una nuova versione dei suoi «anni di piombo»? La violenza politica ritrova legittimità nell’era Trump? Questo paese ha una lunga serie di antefatti importanti. La pratica del regicidio venne importata qui dagli anarchici immigrati dall’Europa nell’Ottocento e nel primo Novecento. Il Ku Klux Klan praticava linciaggi e impiccagioni al servizio di un progetto politico razzista e segregazionista. Poi gli anni Sessanta videro nascere negli Stati Uniti, in anticipo sull’Europa, varie formazioni terroristiche di estrema sinistra (nonché etniche nel caso delle Black Panthers) che praticavano la lotta armata. Gli assassini dei fratelli Kennedy e di Martin Luther King avevano tutt’altra matrice ma appartengono a quella stagione, della quale abbiamo dimenticato poliziotti e magistrati uccisi in una scia di attentati. Unabomber, l’assedio a Taco, la strage di Oklahoma City riportarono d’attualità altre forme di terrorismo, con matrici ideologiche anarchiche o di destra.

L’antefatto degli anni Sessanta è il più rilevante per una ragione sociologica: dietro l’esplosione di rivolte giovanili, accompagnate da frange violente ai loro margini, si parlò allora di

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